Scrivere bene, scrivere meglio, è possibile.

Si assiste ormai a una grande quantità di contenuti online, che da più parti e attraverso più strumenti vanno a riempire la rete per la giusta fruizione da parte del pubblico.

Scorgere la qualità tra tutto ciò che ci viene proposto quotidianamente non è semplice, ma nella realizzazione dei contenuti un ruolo di primo piano spetta certamente al contenuto scritto con criterio nel rispetto delle regole che ci impone la comunicazione. Per questo su alcuni canali è bene tenere d’occhio alcuni accorgimenti preziosi, che spesso possono fare la differenza tra qualità e spazzatura.

Vediamone alcuni:

Essere autentici: i falsi si riconoscono, sempre. Non solo in quanto non veri, ma perché poco realistici. Termini troppo promozionali, superlativi assoluti usati a iosa, aggettivi comparativi troppo frequenti rendono i prodotti poco reali. Non importa essere perfetti, importa essere autentici.

Essere aggiornati: sui social l’attualità è sempre al centro della scena. Parlare di tematiche che hanno a che vedere con le tendenze del momento, con il mondo dell’attualità appunto è quasi sempre vincente.

Essere chiari: avere la capacità di scrivere in modo semplice senza troppe forzature, in un modo lineare e non arzigogolato è una buona carta da giocarsi in un mondo che troppo spesso crede che un linguaggio forbito e tecnicismi esasperati arrivino a tutti.

Essere focalizzati: ogni brand racconta la propria storia, ogni prodotto ha le proprie caratteristiche.  Non serve raccontare qualità e punti di forza che non si hanno. Serve raccontare i propri punti di forza. Le proprie unicità.

Essere empatici: non è semplice per comunicare bene, ma l’empatia è una grande qualità. La capacità di entrare nei panni degli altri e provare a cogliere il loro modo di vivere, le problematiche che affrontano, i loro sentimenti è una chiave importantissima per fare centro nel cuore delle persone.

 

Content strategy come misurare i dati

Una buona content strategy non è sempre sufficiente se non accompagnata dai dati a corredo di ciò che viene diffuso online attraverso blog, siti, social.

La content strategy è data infatti da un insieme di elementi che devono necessariamente coniugarsi tra loro e non possono in alcun modo essere scissi per far fronte a iniziative a senso unico.

Non si può infatti pensare di curare solo i social trascurando il contenuto di qualità vero e proprio, ma è logico che gli attori in gioco devono necessariamente essere tanti e diversi tra loro.

Non solo questo: un tempo i brand erano molto più riconoscibili, mentre le analisi oggi riguardano molti parametri tra loro diversi, dai canali in cui si inseriscono i contenuti alla copertura sul territorio, dal benchmark come valutazione delle concorrenza fino al coinvolgimento degli influencer:  tutti fattori misurabili, che denotano il successo o il fallimento di una campagna. In questo i tradizionali strumenti di analisi come Google Analytics e Talkwalker contribuiscono e molto a cogliere e intercettare le tendenze della rete: di cosa si parla, per quali motivi, cosa accade a chi parla di un determinato argomento.

Si tratta di ottimi strumenti per capire come si muovono i propri utenti, in che termini e quali siano le loro conoscenze. Tutti aspetti da cui non si può prescindere per una buona organizzazione e per conoscere dal profondo i propri utenti, prima di procedere con ogni tipo di campagna di comunicazione online.

Originali sì, ma non per forza

Un interessante punto di vista, quello di Diegoli che nel suo [mini]marketing ci invita a riflettere su alcuni aspetti dell’advertising.  E in particolare, citando un articolo tratto da The Drum, si riferisce a quei creativi che forzano un po’ la mano, cercando di voler essere originali senza riuscirci o senza realizzare nulla di veramente originale.

Una corsa affannosa a ricercare l’originalità che si perde perché online, anche i tentativi di essere creativi senza riuscirci si vedono.

E online si intravedono purtroppo anche i “tentativi di”, anche ciò che è raffazzonato e improvvisato. Non sempre infatti l’essere creativi vuol dire originalità.

Comunicare è anche un insieme di fattori, di cui l’originalità è un elemento.  Essere originali, ci racconta Diegoli, non è sempre legato a grandi colpi di genio, soprattutto nel digitale. Si può in poche parole mettere in piedi microsegmenti, senza complicare:

“E quindi possiamo usare la micro creatività digitale, step by step, micro segmento dopo microsegmento, senza inutili complicazioni, in modo “creativo” in modalità etimologica stretta (potrebbe essere perfino automatizzato, orrore!), per risuonare nella testa dell’utente, ritagliarci quel minimo di attenzione possibile, parlandogli di lui, e non del benefit, tantomeno del prodotto. Non subito.”

E per far questo si può e forse si deve coinvolgere il cliente un po’ per volta. Si può e forse si deve andare piano, passo dopo passo, in modo che il cliente possa sentire che ci siamo, che siamo presenti, che lo guidiamo all’acquisto.

Non sempre è necessario essere i più originali. Si può essere originali, senza rincorrere a tutti i costi l’originalità.