Mondiali 2018: Italia sì Italia no

Una strategia ancora una volta vincente quella di Ceres, noto marchio di birra, cresciuto negli ultimi anni grazie a una intensa quanto efficace campagna social.

Si sono distinti per vari tipi di post e tweet di successo, ma uno dei loro punti di forza è senza dubbio la capacità di proporsi in tempo reale.

Riescono immediatamente, segno questo di grande capacità organizzativa, a individuare le principali tendenze raccontandole in modo spesso ironico ma sempre proteso alla riflessione.

È stato così per le campagne in occasione di elezioni elettorali, matrimoni e altri eventi di respiro internazionale, ma è così soprattutto quando vengono ad essere affrontati temi a cuore dell’opinione pubblica.

In questo riescono a raccogliere una grande schiera di pubblico.

Una delle campagne più efficaci è senza dubbio quella che ha visto la realizzazione di questo video, dedicato all’Italia e agli italiani certo, ma anche a quella percezione sempre più diffusa sugli stranieri presenti nel nostro paese. Sono italiani oppure no?  E in più un argomento che da sempre ci sta a cuore: il calcio. E naturalmente l’esclusione dell’Italia dal mondiale 2018.  Altro elemento da non sottovalutare, quello di natura più umana ovvero il sentimento di amore verso il proprio paese e il sentirsi parte di un paese in cui la vita ci ha portato. La voce nella parte finale, che canta l’inno di Mameli è a mio parere un esempio reale di quello che vuol dire integrazione e ha un qualcosa di commovente.

Ecco il video con tutti gli elementi di questa comunicazione, vincente proprio perché completa di tutti gli elementi necessari: attuale, chiara, breve, efficace, empatica. Quando chi comunica sa anche ascoltare, risulta sempre efficace.

https://www.facebook.com/officialceresbeer/videos/10156354937891276/

 

Scrivere bene, scrivere meglio, è possibile.

Si assiste ormai a una grande quantità di contenuti online, che da più parti e attraverso più strumenti vanno a riempire la rete per la giusta fruizione da parte del pubblico.

Scorgere la qualità tra tutto ciò che ci viene proposto quotidianamente non è semplice, ma nella realizzazione dei contenuti un ruolo di primo piano spetta certamente al contenuto scritto con criterio nel rispetto delle regole che ci impone la comunicazione. Per questo su alcuni canali è bene tenere d’occhio alcuni accorgimenti preziosi, che spesso possono fare la differenza tra qualità e spazzatura.

Vediamone alcuni:

Essere autentici: i falsi si riconoscono, sempre. Non solo in quanto non veri, ma perché poco realistici. Termini troppo promozionali, superlativi assoluti usati a iosa, aggettivi comparativi troppo frequenti rendono i prodotti poco reali. Non importa essere perfetti, importa essere autentici.

Essere aggiornati: sui social l’attualità è sempre al centro della scena. Parlare di tematiche che hanno a che vedere con le tendenze del momento, con il mondo dell’attualità appunto è quasi sempre vincente.

Essere chiari: avere la capacità di scrivere in modo semplice senza troppe forzature, in un modo lineare e non arzigogolato è una buona carta da giocarsi in un mondo che troppo spesso crede che un linguaggio forbito e tecnicismi esasperati arrivino a tutti.

Essere focalizzati: ogni brand racconta la propria storia, ogni prodotto ha le proprie caratteristiche.  Non serve raccontare qualità e punti di forza che non si hanno. Serve raccontare i propri punti di forza. Le proprie unicità.

Essere empatici: non è semplice per comunicare bene, ma l’empatia è una grande qualità. La capacità di entrare nei panni degli altri e provare a cogliere il loro modo di vivere, le problematiche che affrontano, i loro sentimenti è una chiave importantissima per fare centro nel cuore delle persone.

 

Nella pietà che non cede al rancore.

Un fiorire di citazioni e foto di profilo di Falcone e Borsellino, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, gli agenti di scorta e tutte le vittime di mafia, alcune di queste a me molto vicine. Partecipazione e commozione più che legittime, doverose direi. Quando poi lo Stato decide che il più tristemente famoso e spietato tra i capi mafia abbia diritto, nel caso se ne verificasse la necessità, a una morte dignitosa in un ospedale o accanto ai propri familiari, torna a bussare la sete di vendetta che in alcuni non si spegne mai del tutto.

E non avevano nemmeno spiegato le motivazione. Penso che la sete di vendetta mascherata da giustizia fai da te, sia un’agghiacciante rappresentazione di quello che il potere mafioso incarni alla perfezione. Le vittime di mafia sono sì vittime di associazioni di stampo mafioso, ma sono anche vittime di uno Stato che si è girato dall’altra parte, che ha finto di non sapere, che ha chiesto favori agli amici che contano, che fa spallucce di fronte ai soprusi, che dimentica la Costituzione, omertoso.

Le vittime di mafia sono sulla nostra coscienza, quando facciamo finta di niente, quando cerchiamo favori personali chiedendo di chiudere un occhio, quando cerchiamo l’eccezione alla regola, quando le regole non le rispettiamo, quando diciamo che queste cose succedono solo al sud, quando puntiamo il dito pur di trovare un colpevole che sia altro da noi.

Questa è la cultura mafiosa. Lo Stato siamo noi ogni giorno, nei nostri comportamenti, nelle nostre scelte, nell’onestà che mettiamo nelle piccole cose di ogni giorno. Riina dovrebbe restare in carcere per sempre, dovrebbe morire nel rispetto dei principi che uno stato di diritto dovrebbe garantire anche (mai modo di dire è più azzeccato) al peggiore dei criminali, non tra le sofferenze atroci che alcuni gli stanno augurando.

Quello che la Cassazione voleva dire, prima che i leoni da tastiera iniziassero le loro incaute opinioni e discussioni online, è che se fosse in condizioni gravi e prossimo all’ultimo respiro dovrebbe ricevere le cure necessarie e previste in questi casi o essere accompagnato a morire dalla famiglia, anche in regime di 41 bis. Questo perché il diritto alle cure, così come il diritto a morire dignitosamente inteso come non tra sofferenze terribili, ma accanto alla famiglia, è sancito dalla Costituzione. E vale per tutti. Non ha detto che Riina debba uscire, né che debba essere accompagnato a casa tra due ali di folla che applaudono. Ha chiesto al Tribunale di Bologna di riesaminare il ricorso per assicurare un’altra collocazione al detenuto estremamente pericoloso, quando sarà in fin di vita.

Questo “occhio per occhio dente per dente” su cui molti si sono impantanati da 2 giorni, mi spaventa parecchio e non restituirà le vittime di mafia ai loro cari; quelle ritornano -credo- se sappiamo cogliere l’insegnamento che hanno lasciato, che non è cambiare la foto del profilo social. E mi sembra che per quello siamo molto, ma molto, ma molto lontani.

La sentenza che tutti avrete certamente letto: http://www.altalex.com/documents/news/2017/06/06/riina-ha-diritto-a-morire-dignitosamente-testo-ordinanza