Nella pietà che non cede al rancore.

Un fiorire di citazioni e foto di profilo di Falcone e Borsellino, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, gli agenti di scorta e tutte le vittime di mafia, alcune di queste a me molto vicine. Partecipazione e commozione più che legittime, doverose direi. Quando poi lo Stato decide che il più tristemente famoso e spietato tra i capi mafia abbia diritto, nel caso se ne verificasse la necessità, a una morte dignitosa in un ospedale o accanto ai propri familiari, torna a bussare la sete di vendetta che in alcuni non si spegne mai del tutto.

E non avevano nemmeno spiegato le motivazione. Penso che la sete di vendetta mascherata da giustizia fai da te, sia un’agghiacciante rappresentazione di quello che il potere mafioso incarni alla perfezione. Le vittime di mafia sono sì vittime di associazioni di stampo mafioso, ma sono anche vittime di uno Stato che si è girato dall’altra parte, che ha finto di non sapere, che ha chiesto favori agli amici che contano, che fa spallucce di fronte ai soprusi, che dimentica la Costituzione, omertoso.

Le vittime di mafia sono sulla nostra coscienza, quando facciamo finta di niente, quando cerchiamo favori personali chiedendo di chiudere un occhio, quando cerchiamo l’eccezione alla regola, quando le regole non le rispettiamo, quando diciamo che queste cose succedono solo al sud, quando puntiamo il dito pur di trovare un colpevole che sia altro da noi.

Questa è la cultura mafiosa. Lo Stato siamo noi ogni giorno, nei nostri comportamenti, nelle nostre scelte, nell’onestà che mettiamo nelle piccole cose di ogni giorno. Riina dovrebbe restare in carcere per sempre, dovrebbe morire nel rispetto dei principi che uno stato di diritto dovrebbe garantire anche (mai modo di dire è più azzeccato) al peggiore dei criminali, non tra le sofferenze atroci che alcuni gli stanno augurando.

Quello che la Cassazione voleva dire, prima che i leoni da tastiera iniziassero le loro incaute opinioni e discussioni online, è che se fosse in condizioni gravi e prossimo all’ultimo respiro dovrebbe ricevere le cure necessarie e previste in questi casi o essere accompagnato a morire dalla famiglia, anche in regime di 41 bis. Questo perché il diritto alle cure, così come il diritto a morire dignitosamente inteso come non tra sofferenze terribili, ma accanto alla famiglia, è sancito dalla Costituzione. E vale per tutti. Non ha detto che Riina debba uscire, né che debba essere accompagnato a casa tra due ali di folla che applaudono. Ha chiesto al Tribunale di Bologna di riesaminare il ricorso per assicurare un’altra collocazione al detenuto estremamente pericoloso, quando sarà in fin di vita.

Questo “occhio per occhio dente per dente” su cui molti si sono impantanati da 2 giorni, mi spaventa parecchio e non restituirà le vittime di mafia ai loro cari; quelle ritornano -credo- se sappiamo cogliere l’insegnamento che hanno lasciato, che non è cambiare la foto del profilo social. E mi sembra che per quello siamo molto, ma molto, ma molto lontani.

La sentenza che tutti avrete certamente letto: http://www.altalex.com/documents/news/2017/06/06/riina-ha-diritto-a-morire-dignitosamente-testo-ordinanza

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